Evento Collaterale della 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia
OIKEIŌSIS

Il concetto stoico di Oikeiōsis (termine generalmente reso con “affinità” o “parentela”) ispira la mostra personale sensoriale di Pavlina Vagioni che presenta un corpus di opere inedite. L’esposizione è promossa dalla Hellenic Diaspora Foundation parallelamente alla 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia.
Oikeiōsis: l’antico concetto stoico dell’espansione della sfera della cura — dal sé, alla famiglia, fino all’intera umanità.
Etimologia: da oikos (οἶκος) = casa, dimora → l’atto di “rendere qualcosa parte di sé” o di “riconoscere qualcosa come appartenente a sé”.
Significato: parentela, affinità, appartenenza reciproca, connessione.
A maggio la Hellenic Diaspora Foundation ha inaugurato il suo primo progetto al di fuori della Grecia presentando Oikeiōsis, una mostra personale di nuove opere dell’artista greca Pavlina Vagioni presso Spazio Tana a Venezia, in occasione della 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia.
Curata dalla Dr.ssa Laura Augusta, Jane Dale Owen Director e Chief Curator del Blaffer Art Museum dell’Università di Houston, Oikeiōsis si sviluppa attraverso il linguaggio visivo e sonoro, poetico e viscerale di Vagioni, che reinterpreta il mito e la filosofia come esperienza vissuta e incarnata.
Attraverso due sale, il visitatore percorre un itinerario sensoriale che conduce dall’isolamento all’affinità. Calda, immersiva e meditativa, la mostra pulsa di luce, suono e presenza di altri corpi, instaurando un dialogo diretto con il tema della Biennale, In Minor Keys, che richiama la guarigione, la risonanza e la radicalità della gioia in un mondo attraversato dalla crisi.
Vagioni afferma:
«Il mondo è pieno di motivi per distogliere lo sguardo gli uni dagli altri. Io volevo creare un’opera silenziosa. Non una protesta, né un commento, ma uno spazio in cui degli estranei possano sedersi insieme e ricordare che anche questo è reale.»
Oikeiōsis propone una reinterpretazione audace e profondamente attuale dell’antica filosofia attraverso una prospettiva decisamente contemporanea. Configurandosi come un percorso multisensoriale articolato in due sale, che unisce calore, suono, immagini ed esperienza tattile, la mostra mette in discussione l’illusione della nostra separazione. Attingendo all’etica stoica e alla cosmologia presocratica, Vagioni ci ricorda ciò che gli antichi già sapevano: apparteniamo gli uni agli altri e la nostra natura più profonda è condivisa.
L’artista, anche cantante lirica e compositrice di formazione classica, trasforma il visitatore da osservatore passivo a partecipante. Il suo approccio è al tempo stesso rigoroso e intuitivo, alimentato dalla sapienza antica, dalle tradizioni, dalla musica e dalla scenografia, per dare vita a un linguaggio artistico fluido. Concentrandosi su materiali elementari quali suono, luce, riflessi e sale, rifiuta la spettacolarizzazione e qualsiasi soluzione didascalica. Al contrario, coinvolge il visitatore in un processo di co-presenza.
Nella prima sala, intitolata Neikos, antica parola greca che indica la discordia o la divisione, un cubo in plexiglas poligonale riflette i visitatori in forme frammentate e moltiplicate, ponendoli di fronte alla geometria della separazione. Nella seconda sala, sei sedute realizzate in caldo sale di roccia circondano una struttura esagonale rivestita di specchi. Quando qualcuno si siede, il suono e la luce reagiscono alla sua presenza: un paesaggio sonoro stratificato, che incorpora la stessa voce di soprano dell’artista, evoca la dichiarazione orfica: «Sono figlio della Terra e del Cielo Stellato.» La separazione si dissolve. L’affinità diventa tangibile.

Studio per Philotes II (2026), di Pavlina Vagioni
Pastelli morbidi su carta Sennelier, 30 × 24 cm.
L’artista ha composto un paesaggio sonoro per la seconda sala dedicata a Philotes, antica parola greca che indica la forza capace di portare armonia tra elementi separati. Utilizza la propria voce, canticchiando, battiti cardiaci e altri suoni disposti in un accordo minore che si sviluppa gradualmente dalle frequenze più basse a quelle più alte. Il suono accompagna le immagini, crescendo lentamente dalle basse alle alte frequenze fino a creare un accordo minore esteso, simile a quelli presenti nel jazz e nelle composizioni di Maurice Ravel e Claude Debussy. Quando i visitatori si riuniscono nello spazio, attivando ciascuno il paesaggio sonoro nel momento in cui prende posto, l’artista mira a generare il cosiddetto “effetto Tartini”: il fenomeno per cui due frequenze ascoltate contemporaneamente producono una terza frequenza fantasma, esistente esclusivamente come risonanza. Il fenomeno prende il nome dal violinista barocco veneziano Giuseppe Tartini, che per primo lo descrisse. Si tratta di un’illusione psicoacustica nella quale viene percepito un suono aggiuntivo pur essendo emessi soltanto due toni reali.
Vagioni commenta:
«Esiste un suono nella musica che nessuna singola voce può produrre. I musicisti lo sanno. Quando le voci convergono, appare qualcos’altro: una risonanza che non appartiene a nessuna di esse e, allo stesso tempo, appartiene a tutte. Non la si può imporre con la volontà. Si possono soltanto creare le condizioni perché emerga e mettersi in ascolto. In una Biennale composta in tonalità minori, questa è la frequenza alla quale ho voluto accordarmi: non un suono, ma ciò che il suono rivela. Portiamo dentro di noi una conoscenza luminosa che precede il linguaggio. È sempre presente. Ha soltanto bisogno di un momento per riaffiorare.»

Sedute di sale dell’opera Philotes, di Pavlina Vagioni
La pratica artistica di Vagioni è dedicata a restituire una dimensione numinosa alla vita quotidiana. Ogni progetto prende avvio da un’indagine etimologica delle fonti originarie per riportare alla luce ciò che la stessa parola mitologia custodisce al proprio interno: myo (“nascondere”) e logos (“rivelare”). Da questo processo nascono ambienti nei quali il visitatore non contempla semplicemente il mito, ma lo attraversa fisicamente. La sua ricerca si sviluppa con naturalezza attraverso differenti linguaggi espressivi, radicandosi in un processo alchemico che trasforma archetipi come Medusa, Proteo e le Sirene in strumenti di guarigione. Con Oikeiōsis, presentata in occasione della Biennale di Venezia, Vagioni porta questa pratica sulla sua piattaforma più visibile fino a oggi. La magia che abbiamo dimenticato ritorna. Ricordiamo nuovamente come appartenere gli uni agli altri.
Nota della curatrice – Dr.ssa Laura Augusta
«Nell’alchimia, il sale è il principio della memoria resa materia. Per questa nuova installazione, Pavlina Vagioni riflette sui modi tangibili in cui siamo connessi gli uni agli altri. Qui, un gruppo di sedute in sale cambierà forma nel corso della mostra, conservando la traccia del contatto fisico, la propria memoria dei visitatori che vi si fermeranno per un momento di riposo. Se immaginiamo la parentela come una forma di abbraccio, di spazio condiviso, di incontro e di canto, potremmo descrivere i nostri legami con gli altri come una serie di cerchi che si sovrappongono e si abbracciano, allargandosi dolcemente dal sé, alla persona amata, al conosciuto, fino allo sconosciuto. In un momento storico segnato da una straordinaria frammentazione, l’artista riconosce nei principi fondamentali della nostra responsabilità sociale l’empatia, la vicinanza e il calore umano, ancor prima dell’informazione. E forse questa è la nostra memoria più primordiale: la sensazione di essere accolti e custoditi nella co-presenza.»
Biografia dell’artista
Pavlina Vagioni (nata nel 1975 ad Atene, Grecia) è un’artista interdisciplinare che vive e lavora tra Houston e Atene e sviluppa la propria ricerca mettendo in dialogo la mitologia classica con la contemporaneità. La sua pratica attraversa con naturalezza scultura, pittura, suono, tecniche miste e arte digitale. Adotta un approccio site-specific, realizzando installazioni multisensoriali di diverse dimensioni che combinano elementi astratti e figurativi.
Tra le sue mostre personali figurano esposizioni presso:
- Contemporary Art Museum of Indianapolis (Indiana);
- The Opening Gallery (New York);
- Carillon Gallery (Fort Worth, Texas);
- TANK Space (Houston, Texas);
- Kappatos Gallery (Atene).
Ha inoltre partecipato a mostre collettive presso il Museo Bizantino, la Hellenic American Union e il Centro per le Arti della Città di Atene. Tra le commissioni di arte pubblica si distingue una grande installazione composta da oltre 2.000 elementi sospesi in acrilico tagliato al laser, realizzata per l’ION Building di Houston.
Il suo interesse verso nuovi materiali e tecnologie di fabbricazione è stato sostenuto attraverso una borsa di studio presso l’Anderson Ranch Arts Center in Colorado e una residenza artistica presso la School of Visual Arts di New York. Le sue opere fanno parte della collezione permanente del MOMus – Museum of Contemporary Art di Salonicco e il suo lavoro è stato premiato con il Juror’s Award del Lawndale Art Center di Houston. Ha studiato pittura, scultura e scenografia presso la Scuola Superiore di Belle Arti di Atene, conseguendo con lode il diploma di livello magistrale nel 2016. Oltre dieci anni di formazione come soprano classico solista, affiancati agli studi di pianoforte, teoria musicale e composizione, costituiscono la base interdisciplinare che continua a nutrire la sua pratica artistica.
Biografia della curatrice
Laura Augusta, PhD, è Jane Dale Owen Director & Chief Curator del Blaffer Art Museum dell’Università di Houston.
Tra le sue mostre più recenti figurano:
- Mud + Corn + Stone + Blue (2024–2026)
- Presentiments (2024)
- Adán Vallecillo: Tiempo Libre (2024)
- Proving the Hypothesis of Celestial Flirtation: Christin Apodaca (2023–2024)
- Jessica Kairé: Levantamiento (2023)
- Laura Turón: Immersive Abstractions (2023)
- Here, And the Wind (2023)
- Sam Reveles: Solastalgia (2022)
- On Porous Edges & Radical Decay (2021, online)
- Touch Over Fear (2021, online)
- Stone’s Throw: Arte de Sanación, Arte de Resistencia (2020)
- To Weave Blue: Poema al Tejido (2020)
- To Look at the Sea is to Become What One Is (2019),
oltre a numerosi altri progetti espositivi.
La sua attività ha ricevuto fellowship da parte della Andy Warhol Foundation, della Mellon Foundation, del Core Critical Studies Program del Museum of Fine Arts di Houston e della Yale University, tra gli altri enti.
I suoi saggi sono stati pubblicati ampiamente a livello internazionale, in lingua inglese e spagnola, mentre la sua attività di critica d’arte in Texas è continuativa dal 2005.
Tra il 2016 e il 2020 ha diretto Yvonne, uno spazio espositivo indipendente allestito nel proprio appartamento nel centro di Città del Guatemala. I suoi progetti curatoriali e saggistici mettono in relazione i paesaggi soggetti a catastrofi naturali, riflettendo in particolare su tempeste e fangosità, sugli spazi condivisi e sulle forme quotidiane dell’esistenza incarnata.
Hellenic Diaspora Foundation
Quest’anno, in occasione del suo decimo anniversario, la Hellenic Diaspora Foundation è divenuta la più grande istituzione non profit al mondo dedicata alla conservazione, alla ricerca e alla promozione del patrimonio creativo degli artisti visivi greci della diaspora.
Con sede a Patrasso, in Grecia, la Fondazione ha costituito una collezione senza precedenti di opere di artisti fondamentali quali Takis, Jannis Kounellis, Chryssa, Peter Voulkos, Lucas Samaras e Theodoros Stamos, affermandosi come un ponte essenziale tra il patrimonio artistico greco e la scena internazionale dell’arte contemporanea.
Ciò che distingue la Fondazione è il rigore della sua missione archivistica, dedicata a documentare non soltanto le opere, ma anche le storie, le testimonianze e i percorsi degli artisti greci della diaspora nel mondo, consolidando progressivamente il proprio ruolo come autorevole voce nel panorama internazionale dell’arte contemporanea.
Fondata nel 2016 e con sede a Patrasso, la Fondazione occupa un complesso costituito da tre edifici e da un giardino di sculture, per una superficie complessiva di 2.500 m².
Progettata per coniugare conservazione del patrimonio culturale e ricerca scientifica, la struttura ospita sale espositive di livello museale dedicate a un’importante collezione di dipinti, sculture, installazioni e materiali d’archivio.
Una selezione delle opere della collezione è stata presentata in mostre organizzate da prestigiose istituzioni artistiche pubbliche e private della Grecia.
Oltre al proprio programma espositivo e alla collezione permanente, la Hellenic Diaspora Foundation ha:
- prodotto 14 documentari biografici dedicati agli artisti della diaspora greca;
- pubblicato 5 cataloghi di mostre e monografie;
- realizzato e archiviato 48 interviste e registrazioni di mostre;
- commissionato 13 testi di storia e teoria dell’arte;
- organizzato 13 iniziative educative.
Crediti
Project Management della mostra
Hekate Studios
Atene · Londra · Milano
CS Art Management
Ufficio stampa
Per ulteriori informazioni, richieste di interviste e visite stampa:
Sarah Greenberg
Evergreen Arts
sgreenberg@evergreen-arts.com
+44 (0)7866543242
www.evergreen-arts.com
Per immagini ad alta risoluzione:
Panagiotis Panagopoulos
Evergreen Arts
ppanagopoulos@evergreen-arts.com
